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politica interna
17 maggio 2009
PAURA E POTERE

Sono tante le forme adottate dal potere per riuscire a perpetuarsi sempre identico a se stesso. Quella che ultimamente si sta rivelando più redditizia è senz’altro la paura. La paura, come già insegnava Kierkegaard e poi Heidegger, si distingue dall’angoscia poiché della paura conosciamo la causa, dell’angoscia no. La paura, declinata in tutte le sua varianti, è molto utilizzata dal potere per sottomettere i riottosi, per convincere gli indecisi, per preservare l’omertà che favorisce lo schiavismo dei nuovi padroni esercitato ai danni degli schiavi moderni.

Esiste la paura ancestrale del diverso che viene continuamente alimentata da mass media compiacenti per esporre il ‘marocchino’ di turno al pubblico ludibrio. Poi vi è la paura del simile, sotto forma di competizione, che suscita invidie e lacera la società. C’è un altro tipo di paura, più sottile ma anche più devastante: la paura di se stessi, di non farcela, di non essere all’altezza. E’ la paura che genera forme di depressione più o meno acuta. Su queste tre forme di paura si esercita il potere di chi ha raggiunto alcune sicurezze e vuole preservarle dagli ‘attentati’ degli altri, simili o diversi non ha importanza. Il potere necessita del suo esercizio e della sua ostentazione altrimenti perde efficacia e charme. Lo sanno bene i ‘mafiosi’ dai colletti bianchi quando si avvalgono delle più sofisticate tecniche di dissuasione, incutendo subdole paure su malcapitati e vessati cittadini. Anche la semplice impossibilità di accedere a un sacrosanto posto di lavoro, garantito dalla costituzione, è diventato un timore che spinge molti a ‘prostituirsi’. Il controllo del territorio è così forte e capillare che non si sfugge alle manie persecutorie del potere che si accrescono là dove questo individua sacche di libera resistenza. Il moderno Leviatano, di hobbesiana memoria, non è un mostro che colpisce in maniera eclatante. E’ un viscido serpente che striscia sulla pelle di tanti poveri disgraziati i quali, affetti da ‘paura’, rinunciano alla propria libertà per avere salva la vita. Nella nuova dialettica servo-padrone non c’è possibilità di affrancarsi da parte del servo. Le paure sono troppe e diffuse per impegnarsi a difendere la collettività. La lotta sociale è appannaggio di pochi ‘attardati’ su posizioni di retroguardia. Meglio le singole furbizie che favoriscono l’ascesa sociale, soprattutto in tempi decadenti come i nostri. Ma la furbizia stessa nasce dalla paura, da quella ricerca di sicurezza nell’epoca dell’insecuritas. Il pavido si nasconde e cerca soluzioni di compromesso. Ne consegue che il potere, esercitando pressioni per istigare paure, favorisce la nascita di sotterfugi e accomodamenti. Quando il tessuto sociale si è frantumato ognuno si arrangia come può e addio stato di diritto e tutela dei deboli. Di norma questo accade in tempo di guerra e ne abbiamo contezza dalle storie di provvisorietà dei nostri nonni. Purtroppo quella che stiamo attraversando, a mio avviso, è un’epoca di guerra non guerreggiata (ma poi mica tanto, visto i morti ammazzati quotidiani) in cui le vittime si dimenticano facilmente (dopo una comprensibile quanto passeggera ondata emotiva) e i carnefici continuano a operare indisturbati perché di fatto non temono nulla, soprattutto in Italia e in particolare nel Meridione.

La punta più alta di pressione da parte del potere si esercita chiaramente sotto le elezioni. Ricatti, minacce e allusioni non si contano, fatte chiaramente a mezza voce, senza turbare la quiete sociale. Il singolo cittadino, nella sua ipotetica torre d’avorio, pensando di esercitare il suo potere decisionale attraverso il voto, si lascia in realtà condizionare dalle paure e dai timori suscitati ad arte dai pellegrini del potere. E quanto più forte è l’ambizione di chi si candida, tanto più traumatica per il cittadino è l’azione coercitiva esercitata ai suoi danni. Lasciamoci una volta tanto ‘orientare’ solo dalla fiducia che nutriamo nei nostri prescelti, senza farci suggestionare da promesse impossibili e senza temere ritorsioni. D’altronde, la costruzione del nostro futuro dipende da noi e da come saremo in grado di esercitare, tramite il voto, la nostra libertà.


politica interna
7 aprile 2009
I SOLATI

Le ultime sceneggiate berlusconiane a livello planetario hanno finalmente portato alla ribalta, non solo del cortile nazionale, la vera natura di un leader che manifesta un’idea di Stato nazione simile a quella di Gheddafi (in questo, ma solo in questo, sono d’accordo con Casini). Rapporto diretto col popolo tramite media accomodanti, accentramento del potere come ai tempi di Richelieu o di Luigi XIV, con la nomina diretta di intendenti e luogotenenti e aggiramento del Parlamento e delle sue prerogative. Tutto il mondo ne parla con accenti tra l’ironico e l’inquietante (ne ho fatto una rassegna minima sul mio facebook), tutto il mondo si interroga sulla strana anomalia italiana e su come sia possibile che la maggioranza degli italiani si sia lasciata turlupinare e incastrare dalle truppe ben foraggiate di assistenti, veline e badanti che fanno da corte all’ottavo nano. Anche dalle mie parti (intendo Montalbano Jonico) non mancano celebrazioni fatte con lustrini e giovani rampanti in cui compaiono figuranti in giacca e cravatta pronti a emulare le gesta del premier. Per non parlare di personaggi politici implicati in losche vicende giudiziarie che salgono sui palchi per annunciare la nascita di un nuovo “popolo delle libertà”(sic!). Stiamo vivendo in condizioni imbarazzanti il nostro stesso essere italiani. Ma dove è finita l’Italia che si indignava dinanzi alla corruzione e alle tangenti ai tempi di Mani Pulite e perché l’anelito di giustizia sta diventando una prerogativa di minoranza? L’Italia figura al primo posto per numero di frodi all’Unione europea, al 55° posto per corruzione dei colletti bianchi, abbondantemente ultima nei paesi occidentali. Per non parlare della libertà di stampa ! Gli ultimi attacchi a quel po’ di libera stampa che ancora non è sotto il controllo del padrone fanno ripiombare l’Italia nei periodi bui del ventennio. Il preoccupante inabissarsi dei valori del vivere civile mette a repentaglio la stessa tenuta democratica del Paese.

Se Berlusconi ha il consenso che si ritrova, nonostante le sue macchiette degne del miglior comico di Zelig, malgrado il suo conflitto di interessi e i suoi ripetuti attacchi alle istituzioni, vuol dire che a una consistente porzione di italiani piace. Piace a chi evade le tasse, piace a quelle veline che per apparire in televisione sono disposte a compiacere il capo (magari nella stanza da letto), piace a chi si mette in fila per entrare nella casa del Grande Fratello, piace a chi si beve tutto quello che passa nei programmi demenziali che albergano nelle nostre TV spazzatura, piace a chi pensa, come ha ribadito Carlo Vulpio a Matera, che ‘l’importante è che non accada a me’ e si chiude in quell’individualismo che corrode il senso civico e la comune appartenenza al consorzio umano. Poi succede che mi incendiano il cantiere, i capannoni agricoli e gli escavatori: a chi mi rivolgo se tutti si girano dall’altra parte? Berlusconi piace a chi non ha tempo per dedicarsi a queste cose, a chi non ha tempo per leggere anche queste righe, piace a chi si identifica in lui quando grida “mr Obama” o sta al telefono e dice alla Merkel di aspettare. Di lui si ipotizzano strategie mediatiche, alchimie comunicazionali per piacere a tutti. Molti si chiedono se ci è o ci fa. Io mi sono convinto che lui è proprio così, un italiano medio e mediocre (altro che grande imprenditore, eppoi con i soldi di chi !!) che conserva vizi e virtù della mediocrità (rimando al bel volume di Antonello Caporale, Mediocri. I potenti dell’Italia immobile). Si arrampica sui posti più alti per farsi notare nelle foto (e chi di noi non l’ha mai fatto !), viola il protocollo perché è l’unico del G8 che non ha avuto l’onore di un colloquio bilaterale con Obama, fa le corna o battute da avanspettacolo perché evidentemente non ha altro da dire. Ma il guaio è che le sue performances screditano tutti gli italiani e alla fine non solo continueranno a dirci “italiani = mafiosi” ma verremo isolati dal resto del mondo a livello economico e socio-culturale. Già oggi con i tagli al Fus, checché ne dica Baricco, la cultura italiana è marginalizzata e fare film o allestire opere teatrali di qualità sta diventando sempre più complicato. Figuriamoci domani, quando il popolo, in piena sintonia col suo leader, perché adeguatamente massaggiato dalle televisioni, preferirà programmi autocelebrativi della potenza della nuova Italia, a discapito delle produzioni teatrali o cinematografiche di livello internazionale. Insomma, oltre a essere ‘isolati’, siamo anche “i - solati” che a Roma vuol dire fregati da chi tutto vuole fuorché il benessere degli italiani. In attesa che tutti se ne rendano conto, godiamoci le tanto fantomatiche opere “epocali” come il Ponte di Messina prossimo venturo, così almeno manderemo una foto-cartolina col premier ai nostri congiunti emigrati altrove, per raccontare loro la “bell’Italia” del Rinascimento berlusconiano. In posa …cheese !!!

(scritto prima del terremoto degli Abruzzi)


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permalink | inviato da franco devin il 7/4/2009 alle 22:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
18 marzo 2009
SINISTRA: EPPUR SI MUOVE

Sarà che si stanno avvicinando elezioni europee e provinciali; sarà che lo sbarramento al 4 % impone ai piccoli partiti di ritrovare una sorta di unità, almeno di lista, per evitare la dissoluzione; saranno i venti di crisi che suggeriscono un ritorno tra la gente onde evitare possibili focolai di rivolta; sarà che la nuova segreteria nazionale del Pd vuole recuperare i voti in libera uscita, dopo il vano quanto impraticabile tentativo di prendere voti al centro: sta di fatto che anche la Sinistra finalmente dimostra una nuova vitalità. Ha cominciato la Sinistra Democratica di Claudio Fava presentando un codice etico in 13 punti che mi vede assolutamente consenziente, non solo perché impone morigeratezza nella vita e nella pratica politica in tempi di crisi, ma anche perché stigmatizza indecenti pratiche di segreteria di partito diffuse a tutti i livelli (tipo la nomina di primari ospedalieri) e auspica norme di tutela del territorio dagli affarismi, spesso malavitosi e mafiosi, che impediscono un reale sviluppo eco-compatibile. Trasparenza amministrativa nella gestione di appalti e concorsi, e nella stessa attività di partito, completano il quadro normativo e ridanno credibilità a una politica troppo asservita alle manovre a volte illecite di gruppi di potere. Ora, anche Franceschini, per ridare ossigeno a un partito che rischia il tracollo, ha finalmente posto l’accento sulla questione morale parlando di riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica. Meglio tardi che mai.

In Basilicata, dopo l’ennesimo rimpasto di giunta, continuano le lotte intestine tra dissidenti e filo-governativi. La partita si gioca, come al solito, sulle rendite di posizione che ciascuno può mettere in campo. I capi-bastone di un Pd, che di unitario in Basilicata ha solo il logo, hanno ripreso a combattersi a suon di clava, cercando di sbaragliare gli amici-avversari e di lucrare consensi in settori di elettorato sempre più demotivati, nonostante i cordoni clientelari che li tengono legati mani e piedi. Punture di spillo si osservano qua e là anche sul “Quotidiano”, tutte funzionali a posizionamenti di vario livello. E’ uno scenario a dir poco pietoso. E tuttavia, anche in Basilicata, la Sinistra dimostra una certa vitalità, con i vendoliani che si sono avvicinati alla Sinistra Democratica di Carlo Petrone e stanno dando vita a una formazione, Sinistra e Libertà, che mi auguro non sia solo un ennesimo contenitore per raccogliere voti e superare lo sbarramento. Le persone e le idee ci sono, speriamo in una prassi politica consequenziale.

La rivista “Decanter”, di Di Siena, Califano, Schettini e altri, offre una piattaforma di elaborazione politica utile alla causa di una Sinistra matura e consapevole della propria ricchezza, non semplicemente nostalgica del proprio passato. Il direttore Leporace l’ha definita, con toni pasoliniani, rivista “corsara, colta e simpaticamente barricadera”, capace di leggere il quadro locale alla luce della situazione nazionale, ma forse, aggiungerei, troppo in “esilio” per poter affermare il proprio punto di vista in una situazione di crescente deterioramento della vita democratica.

Accanto a questi movimenti non bisogna dimenticare chi, da posizioni più isolate, ma non per questo meno significative, fotografa la società lucana nella speranza di intravedere segnali di rinnovamento nella prassi civica. Mi rincuora non poco il fatto che Mauro Armando Tita abbia più volte individuato nei “giovani” di Libera uno spiraglio nella oscura coltre di “familismo amorale” che paralizza la nostra regione. Anche i singoli interpreti, pur non possedendo truppe cammellate, possono dire parole di verità.

Un’ultima considerazione sull’aventino di Folino. Ho scritto sul Facebook di Adeltina Salierno che, pur avendo un’idea della politica mille miglia distante da quella dell’ex assessore alle attività produttive, devo riconoscere che Folino resta uno dei politici più lucidi che calcano il palcoscenico regionale. Ha avuto il coraggio di lasciare la barra di governo perché ha percepito (finalmente) la distanza che separa le logiche del potere dai veri problemi delle imprese e dei lavoratori e ne ha tratto le conseguenze. Folino lo fa a partire da un “realismo dalemiano” che piace tanto al nostro direttore Leporace (un po’ meno a Di Siena); la mia prospettiva (e forse quella di Falotico, si licet parva) mi induce a considerare la politica più come servizio che come “prosecuzione della guerra con altri mezzi”; così, una volta preso atto dell’impossibilità di invertire la rotta, è opportuno e salutare cedere il passo, senza barricarsi sulle poltrone. Lo spirito di servizio che invochiamo per i politici, tra l’altro, è lo stesso spirito di servizio che chiediamo a tutti i dipendenti e i funzionari dello Stato. Questo potrebbe essere un buon inizio per ricostruire un Centro-Sinistra più coeso e più “francescano”, capace di dare risposte concrete a tutti i delusi dalla politica-spettacolo.


politica interna
8 marzo 2009
ABOLIRE I COSTI DELLA POLITICA

Ormai il vaso è colmo. Si sta abbattendo sull’Italia il più grande ciclone economico che la storia ricordi. Si prevedono per i prossimi mesi oltre tre milioni di disoccupati. Lo Stato, con le casse vuote e con il debito più alto del mondo occidentale, non ce la farà mai a pagare per tutti gli assegni di disoccupazione. Per di più in Italia fanno ancora gola – dichiarazione di Draghi – i titoli degli Istituti di credito bancari (per quei pochi risparmiatori che ancora se lo possono permettere) e quindi lo Stato ha le sue belle difficoltà a rintracciare acquirenti per i propri titoli finanziando a debito le emergenze sociali. Si impone eticamente, in questo periodo di emergenza, l’abolizione dei costi della politica a tutti i livelli. Parlamentari, presidenti, assessori, consiglieri regionali, provinciali e comunali, sindaci, presidenti di “Enti inutili”, stornate i vostri compensi in un Fondo di perequazione sociale per intervenire nell’immediato e dare risposte alla moltitudine delusa e inferocita di disoccupati che sta per travolgervi !! Soprattutto voi del centro-destra, che potete attingere a risorse “padronali” molto più consistenti degli insignificanti (per il Padrone) emolumenti della politica, lasciate che altri, più bisognosi di voi, sopravvivano dividendo quel di più che un sistema di corruzione e di lobby clientelare vi permette di “guadagnare” (si pensi solo alla diaria giornaliera “rubata” grazie ai “pianisti” in Parlamento) ai danni dei cittadini !!

Già, il Padrone. Berlusconi, mentre l’Italia è allo sbando, controlla l’umore degli italiani facendoli divertire con nani e ballerine. Intanto prepara leggi per far uscire fuori mercato pubblicitario la Rai (una rete senza pubblicità) e favorire così Mediaset che sta incrementando i suoi guadagni. Pino Corrias ha ipotizzato un contatore con cifre luminose per calcolare in tempo reale gli incrementi patrimoniali di Berlusconi mentre l’Italia va allo sfascio. “Sarà emozionante gioire tutti insieme, a dispetto dei corvi plananti sulle discariche della crisi (precari, disoccupati, artigiani, insegnanti, operai, pensionati, immigrati, persino clandestini) calcolando in tempo reale quanto oro si riversi ogni giorno nei saloni illuminati di Arcore & Bermuda, con quanta rapidità si riempiano i suoi forzieri di rubini, incenso e mirra, quante nuove ragazze affluiscano, rintracciate dalle scorte e poi restituite ai loro sogni, quante verdure, quante uova fresche, quanti sgravi fiscali allietino le sottrazioni dei suoi ragionieri collocati nel salone più bello, quello del Canaletto, e quanti buoni affari moltiplichino le parcelle dei suoi avvocati, un giorno dopo l’altro, cogliendo quanto di meglio passi il libero mercato o l’alto destino del titolare, a Roma per gli affari immobiliari, a Parigi per quelli nucleari e poi a Palermo, a Mosca, a Tripoli, a conferma del suo leggendario fiuto coltivato dai tempi d’infanzia salesiana, quando commerciava in compiti già risolti, 50 lire cadauno, da vero (e intelligentissimo) birbante”. Se poi vogliamo continuare a farci del “bene” leggiamo cosa dice di Berlusconi anti-politico il tedesco “Die Welt” a firma di Thomas Schmid:

“È l’incarnazione dell’opposto del classico imprenditore, che doveva essere parsimonioso, morigerato e che doveva vivere la propria esistenza in completa identificazione con il proprio prodotto, che fosse l’automobile, la macchina fotografica oppure la macchina per cucire. Berlusconi non vive per i propri prodotti ma per il proprio successo. L’importante non è il prodotto ma la confezione. L’essenziale non è una vita contenuta bensì il fuoco d’artificio di un mondo di prodotti che ha un solo primario compito: intrattenere e divertire. Berlusconi iniziò come imprenditore edile, che con “Milano 2? fece costruire una città per una vita migliore: bel mondo nuovo - bello e terribile allo stesso tempo. La logica conseguenza della sua semplice idea era di fornire agli abitanti di queste città il proprio programma televisivo, bisogna fornire il divertimento alla gente.
Se il suo partito ha appena vinto con un impressionante 52 per cento le elezioni regionali in Sardegna, ciò è un ulteriore indizio che gli italiani e le italiane realmente lo vogliono. E lo vogliono esattamente così come lui è: un fuoco fatuo, incrollabilmente ottimista, con una morale a doppio fondo. Alla gente piace che sia impermeabile a valori e profondità di pensiero quanto una cerata è impermeabile all’acqua. Così come la gente non deplora che prima delle elezioni lui faccia promesse enormi e miracolose e tenti di spacciarle in forma di contratto con la popolazione - e che subito dopo, di queste promesse non rimanga più nulla o quasi. Così è la vita, e sciocco è chi non vuole capirlo e accettarlo”.

Con buona pace della sinistra e del Pd, l’Italia ha il suo condottiero, novello Gattamelata, in grado di riempire i vuoti di un’esistenza senza punti di riferimento. Ma il “divertimento” va bene (insegnavano i latini) quando c’è anche il pane. Fate ancora in tempo, voi politicanti, ad abolire le vostre prebende, prima che qualcuno si accorga che il sogno è finito!


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